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Felix pensò a 2.0 e il suo stomaco fece un salto mortale.
— Felix, credo di dover uscire — disse Van. Si stava muovendo verso la porta stagna. Felix lasciò cadere la tastiera, si mise in piedi e corse a testa bassa verso Van, buttandolo a terra prima che raggiungesse l’uscita.
— Van — disse, guardando gli occhi velati e assenti del suo amico. — Guardami, Van.
— Devo uscire — disse Van. — Devo andare a casa a dar da mangiare ai gatti.
— C’è qualcosa là fuori, qualcosa di rapido e letale. Forse il vento lo disperderà. Forse non c’è già più. Ma noi ce ne staremo qui finché non saremo certi di non avere altra scelta. Siediti, Van. Siediti.
— Ho freddo, Felix.
Si gelava. Felix aveva la pelle d’oca sulle braccia, mentre i piedi gli sembravano blocchi di ghiaccio.
— Appoggiati ai server, vicino alle ventole. Prenditi il caldo che buttano fuori. — Trovò un armadio e ci si rannicchiò contro.

-> Sei lì?
-> Sempre qui — pensavo alla logistica
-> Quanto ci vorrà prima di poter uscire?
-> Non ne ho idea

Per un po’ di tempo nessuno scrisse niente.
Felix dovette servirsi per due volte della bottiglia di Mountain Dew. Poi fu di nuovo il turno di Van. Felix cercò ancora di chiamare Kelly. Il sito della Metro Police era caduto.

Appoggiò la schiena ai server, scivolò fino a sedersi per terra, cinse le ginocchia tra le braccia e pianse come un bambino.
Dopo un minuto, Van gli si avvicinò e gli si sedette di fianco, mettendogli un braccio attorno alla spalla.
— Sono morti, Van. Kelly e mio f… figlio. La mia famiglia non c’è più.
— Non puoi esserne sicuro — disse Van.
— Sono sicuro quanto basta. Cristo santo, è la fine di tutto, vero?
— Terremo duro ancora per qualche ora e poi usciremo. La situazione dovrebbe tornare presto alla normalità. I pompieri sistemeranno le cose. Mobiliteranno l’esercito. Andrà tutto bene.

A Felix facevano male le costole. Non piangeva da quando era nato 2.0. Strinse con più forza le ginocchia a sé.

Poi la porta si aprì.

I due sistemisti che entrarono sembravano spiritati. Uno aveva una maglietta con scritto “TALK NERDY TO ME”, l’altro indossava una camicia della Electronic Frontiers Canada.
— Muovetevi — disse TALK NERDY. — Ci stiamo radunando all’ultimo piano. Usate le scale.
Felix si accorse solo in un secondo momento che stava trattenendo il fiato.
— Se nell’edificio c’è un agente tossico saremmo infettati ugualmente, prima o poi — disse TALK NERDY. — Venite, ci vediamo là.
— C’è una persona al sesto piano — disse Felix alzandosi in piedi.
— Sì, Will. Lo abbiamo avvisato. È già salito.
TALK NERDY era uno degli Stronzissimi Sistemisti Infernali che avevano riavviato i grossi router infetti. Felix e Van salirono lentamente le scale mentre i loro passi echeggiavano sulla rampa deserta. Dopo l’aria gelida della sala server, le scale sembravano una sauna.

All’ultimo piano c’era un bar con gabinetti funzionanti, acqua, caffè e macchinette distributrici. Davanti a ognuna di quelle cose c’era una coda di sistemisti chiaramente a disagio. Nessuno guardava in faccia nessuno. Felix si chiese chi di loro fosse Will, poi si mise anche lui in coda per le macchinette.

Prima di finire gli spiccioli riuscì a prendere un paio di barrette energetiche e una tazza gigante di caffè. Van si era conquistato un po’ di spazio su un tavolo e Felix vi appoggiò la roba prima di mettersi in coda per il bagno. — Tieni, lasciamene un po’ — disse, lanciando a Van una delle barrette.

Dopo che tutti i presenti ebbero evacuato, si furono sistemati ed ebbero cominciato a mangiare, TALK NERDY e il suo amico tornarono. Tolsero il registratore di cassa all’estremità del bancone e TALK NERDY vi si mise in piedi. Le conversazioni cessarono.— Mi chiamo Uri Popovich e lui è Diego Rosenbaum. Grazie a tutti per essere saliti fin qui. Queste sono le cose che sappiamo con certezza: da tre ore l’edificio sta utilizzando i suoi generatori di energia elettrica. Da un’osservazione visuale sembra che il nostro sia l’unico edificio del centro di Toronto che disponga ancora di elettricità, elettricità che dovrebbe durare per altri tre giorni. C’è un agente biologico di origine sconosciuta attivo all’esterno dell’edificio. Uccide in fretta, entro poche ore, e si diffonde nell’aria. Si viene infettati respirando aria contaminata. Le porte di questo edificio non sono state aperte dalle cinque di questa mattina. Nessuno le dovrà aprire finché io non vi darò il via libera.“Attacchi diretti alle maggiori città del mondo hanno gettato nel caos i servizi di pronto intervento. Gli attacchi sono di natura elettronica, biologica, nucleare, o avvengono per mezzo di esplosivi convenzionali, e sono molto diffusi. Lavoro come esperto della sicurezza e nel settore attacchi a grappolo come questi sono chiamati opportunistici: il gruppo B riesce a far saltare un ponte perché tutti stanno prendendo provvedimenti contro la bomba sporca piazzata dal gruppo A. È ingegnoso. Una cellula di Aum Shin Rikyo ha gassato le metropolitane locali alle due di stamattina. È il primo evento che siamo riusciti a individuare, quello che potrebbe essere stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Siamo abbastanza sicuri che non ci possa essere Aum Shin Rikyo dietro a tutto questo pandemonio: non hanno alcuna esperienza in attacchi informatici e non hanno mai dimostrato l’acume organizzativo necessario per colpire così tanti obiettivi contemporaneamente. In sostanza, non sono abbastanza intelligenti.”
— Per il prossimo futuro staremo tappati qui dentro, almeno finché l’arma biologica non sarà stata identificata e dispersa. Faremo manutenzione sui rack e terremo in piedi la rete. Questa è un’infrastruttura critica e il nostro compito è fare in modo che mantenga tutti e cinque i 9 di uptime2. In tempi di emergenza nazionale, la nostra responsabilità perché ciò avvenga è raddoppiata.

Un sistemista alzò la mano. Era uno dei più giovani del gruppo e indossava con una certa baldanza una maglietta verde dell’Incredibile Hulk.
— Chi ti ha incoronato mai, o nostro re?
— Ho il controllo del sistema di sicurezza principale, le chiavi di tutte le sale e i codici delle porte esterne, che ora sono tutte chiuse, tra l’altro. Sono la persona che vi ha radunati tutti qui e che ha indetto la riunione. Non mi importa se qualcun altro vuole fare il mio lavoro, è un lavoro di merda. Ma qualcuno deve farlo.
— Hai ragione — disse il ragazzo. — E io posso farlo bene esattamente quanto te. Mi chiamo Will Sario.
Popovich guardò il ragazzo dall’alto in basso. — Bene, se mi lascerai finire di parlare, forse quando avrò finito ti passerò le consegne.
— Per carità, fai pure. — Sario gli diede le spalle e andò alla finestra. Guardava con intensità l’esterno. Lo sguardo di Felix ne fu attirato, vide diversi pennacchi di fumo nero che si alzavano dalla città.
L’impeto di Popovich si era esaurito. — Allora, cosa facciamo? — chiese.
Dopo una prolungata pausa di silenzio il ragazzo si guardò attorno. — Toh, è arrivato il mio turno?
Ci fu un diffuso e benevolente ridacchiare.
— Ecco cosa penso — disse Will. — Il mondo sta andando a puttane. Ci sono attacchi coordinati diretti a tutte le infrastrutture critiche. C’è solo un modo per sincronizzare questi attacchi con tanta perfezione: tramite Internet. Anche se sposiamo la tesi dei colpi opportunistici, dobbiamo chiederci come possa venire organizzato un attacco opportunistico nel giro di pochi minuti. Solo via Internet.
— Quindi credi che dovremmo buttare giù Internet? — Popovich accennò una risata, ma smise subito quando Sario non rispose.
— L’attacco della scorsa notte ha messo quasi del tutto fuori gioco Internet. Un piccolo DoS verso i router critici, un po’ di casino con i DNS e la rete è andata a gambe all’aria, neanche fosse la figlia di un prete. La polizia e i militari sono un branco di utonti tecnofobici, non utilizzano la rete quasi per niente. Se la buttiamo giù, recheremo agli aggressori un danno proporzionalmente maggiore. Quando verrà il momento potremo ricostruirla.
— Stai sparando un mucchio di stronzate — disse Popovich, che era rimasto letteralmente a bocca aperta.
— È semplicemente logico — disse Sario. — A molte persone non piace confrontarsi con la logica, quando impone decisioni difficili. Ma questo è un problema delle persone, non della logica.

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